TESTAMENT

 

The Last Testament è un racconto della scrittrice statunitense Carol Amen. Mai tradotto in lingua italiana, è giunto nel nostro Paese adattato nel film Testament, realizzato nel 1983 dalla PBS, una rete televisiva americana.

Come gran parte delle fiction nate per il piccolo schermo, è stato realizzato con finanziamenti assai modesti e solo in un secondo momento è stato distribuito al cinema, sulla scia del successo di altre pellicole dedicate al pericolo atomico.

I mezzi contenuti hanno spinto la produzione a omettere la descrizione esplicita della catastrofe e a lasciar da parte qualsiasi pretesa di ipotetica ricostruzione scientifica. Fin dai primi fotogrammi, la regista Lynne Littman si dedica alla costruzione di personaggi coerenti, inscenando situazioni di vita quotidiana che poco hanno di fantascientifico. Introduce dialoghi significativi, privi di retorica, e attraverso le inquadrature pone in evidenza dettagli finalizzati alla narrazione.

Una scelta intelligente, quella di rinunciare agli effetti speciali. Ci vengono quindi risparmiati colorati funghi nucleari, piogge di proiettili infuocati, edifici sciolti dalla vampa o qualsiasi atrocità possa venire ricostruita con la fantasia dell'arte e l'orrore della realtà, quella realtà che il Parco della Pace di Hiroshima conserva a memoria deiposteri.

La catastrofe atomica è narrata attraverso le vicende quotidiane di una famiglia come tante altre.

I coniugi Wetherly vivono con i loro tre figli Brad, Mary Liz e Scottie ad Hamlin, un paesino della California. Si tratta di un sobborgo del tutto fittizio - immaginato alla periferia di San Francisco - ma reso verosimile dall'umanità e dal delicato realismo con cui vengono descritti i suoi abitanti.

Nessuno spiega esattamente come mai un giorno accada l'irreparabile. Apprendiamo dal telegiornale che testate atomiche sono esplose sulla Costa Orientale e a New York... Vediamo la luce accecante balenare attraverso la finestra...

Tom Wetherly, il capofamiglia, non tornerà mai a casa dal lavoro. Ascoltiamo la comunicazione fatta dal Presidente, ne sentiamo solo la voce al telefono, interrotta.

Tutta l'attenzione viene rivolta alla sopravvivenza della famiglia Wetherly.

Apparentemente la vita prosegue immutata; il sobborgo appare integro, mentre apprendiamo poco a poco della distruzione di vaste aree degli Stati Uniti. I bambini recitano la fiaba del "pifferaio magico", i genitori fingono di sperare in un improbabile futuro: intense inquadrature sugli sguardi degli adulti preannunciano l'impossibilità di un domani.

Ben presto la gente inizia a morire a causa delle radiazioni; soprattutto i più piccoli, prima Scottie, poi Mary Liz. La morte prende la forma di lenzuoli cuciti per farne sudari, di legna ammucchiata per accendere pire. Con malinconico lirismo si evitano descrizioni di malattie o sintomi, che si lasciano solo intuire attraverso fugaci scorci su panni sporchi, ciuffi di capelli... Ci si concentra su immagini di lettini vuoti, su ricordi evocati da foto e da nastri di registratori.

Incapaci di suicidarsi, i superstiti cercano di andare avanti un giorno dopo l'altro, e il desiderio di tutti è ricordare: quanto c'è stato di bello, quanto c'è stato di orribile.

Questo è il senso della vita.

Delicatissima la conclusione, tutta centrata sull'importanza della memoria: a un compleanno nel presente si sovrappone il compleanno di Tom, evocato da un vecchio filmato super 8.

 

FIABA CREPUSCOLARE

L'indeterminatezza lasciata sulle cause della tragedia, l'isolamento della comunità, la falsa normalità della vita dei superstiti, il destino incombente eppure svelato con misura, e l'assenza di precisi riferimenti temporali accrescono la suggestione creando un clima claustrofobico, di quelli raramente raggiunti al cinema, tanto meno da fiction nate per essere trasmesse in prima serata.

Ricordando le performance di teatro-testimonianza centrato su pagine di storia recente che hanno riempito i palcoscenici negli ultimi anni (esperienze di parenti di desaparecidos, di fotoreporter, di reduci di guerra, di sopravvissuti allo tsunami...) viene da pensare che, con pochi adattamenti, anche Testament funzionerebbe in forma di piece teatrale, dato il grande spazio delegato all'immaginazione dello spettatore.

L'identità del Capo di Stato americano viene affidata alla nostra fantasia, sfuggendo così a una precisa collocazione storica. Poteva essere Reagan, o chi altri al suo posto nel futuro. Incidente o guerra, complotto sovietico o terrorismo, la causa dell'apocalisse atomica resta un mistero. L'unico dettaglio che data il film è l'assenza di telefoni cellulari, personal computer e Internet; era impossibile, in quegli anni, immaginare lo sviluppo tecnologico che avrebbe cambiato il mondo.

Il tono minimalista, le situazioni quotidiane, il montaggio lento, tipico delle fiction, in questo caso aumentano il pathos. Anziché abbondare con dettagli che magari sfuggirebbero all'attenzione distratta dello spettatore televisivo, si insiste nel presentarne pochi, ripetutamente ma con sinistra gravità. La sensibilità è tutta postmoderna: ogni aspetto spettacolare del disastro è sminuito, se non eliminato completamente. Il sobborgo non viene distrutto dalle esplosioni, nessun scienziato si dilunga a descrivere gli effetti della bomba; i personaggi s'indeboliscono gradualmente, per le malattie e per il senso di rassegnata sconfitta.

La pellicola è intimista come poche: i protagonisti sono isolati dal mondo, hanno perso affetti, certezze e speranze, percepiscono che la civiltà umana è al suo crepuscolo. Si rendono conto che non ci sarà salvezza, non arriveranno i "nostri" né un Pifferaio Magico che liberi Hamlin dalle radiazioni.

Il nome del sobborgo non è casuale. Se si confrontano le illustrazioni della fiaba scritta dai Fratelli Grimm con quelle della danza guidata dalla Morte dipinta sulle pareti delle cattedrali medievali e poi ripresa da Ingmar Bergman nella sequenza-culto dell'epilogo de Il Settimo Sigillo, si notano inquietanti somiglianze. Sostituite il musicante allo scheletro con la falce, e rimpicciolite gli adulti che si affannano dietro, e il gioco è fatto. Un personaggio guida, gli altri si prendono per mano e gli vanno dietro, eseguendo facili figure: di certo era il ballo semplice danzato da ogni ceto, bene si adatta a rappresentare un eterogeneo corteo. Nel caso delle illustrazioni della celebre fiaba,  l'ambiguità viene rafforzata: la catena umana viene guidata dal Pifferaio o dalla Morte?

Del racconto sono state date molte interpretazioni, alcune ispirate dalla Crociata dei Bambini, altre alla particolarità di alcuni ceppi etnici in Transilvania (i discendenti dei fanciulli condotti dal Pifferaio oltre una cascata, come riportano i Grimm?), altre ancora alle pestilenze che decimarono le popolazioni europee costringendole a migrazioni interne. Nella fiaba, i giovanissimi venivano portati via dal Pifferaio perché i genitori erano stati avari al momento di compensare il loro salvatore. Un solo bambino torna in paese: è zoppo e non è riuscito a tenere il passo con gli altri; un po' come succede a Hiroshi, il ragazzo ritardato che viene adottato dalla protagonista.

L'unico Pifferaio che vediamo nella Hamlin californiana è la Morte, e prende con sé i piccoli, che il mondo adulto, provocando la catastrofe atomica, non ha meritato.

 

SENZA PARAGONE!

Quando Testament giunse nelle sale cinematografiche, ebbe un seguito limitato, anche perché fu proiettato in contemporanea con l'appariscente The Day After. Quest'ultima pellicola ottenne molto più successo, affrontando lo stesso tema ma con tutti gli espedienti narrativi propri dei disaster movie. Fa uso di personaggi stereotipati, abbonda di scene da vero kolossal, avanza pretese di verosimiglianza scientifica che oggi fanno sorridere: il tutto finalizzato all'intrattenimento. Il secondo tempo rinnega il decadimento fisico e materiale e gioca la carta della speranza, del patriottico ottimismo. Può darsi che fosse necessario, un obbligo se si vuol credere che un pianeta devastato dalle radiazioni possa tornare alla vita in breve tempo. In questo senso, confrontando oggi le pellicole, The Day After appare probabilmente troppo rassicurante, mentre Testament si rivela un piccolo capolavoro, sebbene tanto angosciante da scoraggiare eventuali successive visioni.

The Day After mostra l'apocalisse atomica con un costante accumulo di dettagli ed episodi eclatanti, in Testament si procede per sottrazione: è l'assenza che rafforza l'importanza e il valore di ciò che viene a mancare, sia esso il carburante o l'affetto delle persone care. Oppure quei sentimenti che i giovanissimi non riusciranno mai a scoprire, come il sesso, il fare l'amore che per l'appena adolescente Mary Liz resterà un mistero irrealizzabile. È un film coraggioso e duro, fatto di altalene che oscillano abbandonate nei parchi giochi, di cassetti usati come bare per neonati, di bambini sepolti con i giocattoli preferiti, di voci registrate sulla segreteria telefonica, voci di mariti che non torneranno dalle mogli e di cui ignoreremo il destino.

Molti personaggi scompaiono, uccisi dalle radiazioni; o vengono mostrati nell'atto di lasciare il quartiere. O semplicemente finiscono ignorati dalla macchina da presa, abbandonati al loro destino al pari degli oggetti e delle case di quello che presto o tardi diverrà un sobborgo fantasma.

 

BELLO, BELLISSIMO, INSOPPORTABILE

È tanto pathos ad aver probabilmente limitato il successo: il pubblico ama le storie tragiche, quando sa che non possono essere vere, o quando non riesce a identificarsi completamente nei protagonisti. Nessuno si attende che Romeo sposi Giulietta e vivano felici e contenti, o che Spartacus sopravviva al potere di Roma. Tutti però sappiamo che la coppia veronese è frutto della fantasia, e Spartacus è protagonista di un episodio dimenticato dalla storia. Sono creature tragiche il cui destino è segnato fin dal primo fotogramma, o piuttosto simboli dell'amore e della dignità umana, concretizzati dall'Arte.

La famiglia Wetherly è invece formata da persone che ci assomigliano troppo, che ricordano vicini, amici o parenti. La recitazione è curatissima, e lo spettatore può quindi identificarsi o sovrapporre situazioni e personaggi fittizi a persone reali. L'angoscia che si origina è veramente forte, le emozioni decollano proprio a causa dell'ottima caratterizzazione psicologica e della narrazione che procede senza retorica o patriottismi.

Niente a che vedere con la qualità quasi dilettantesca del grosso dei film di attualità che, inscenando ogni genere di dramma umano, affollarono i palinsesti televisivi alla fine degli anni Ottanta. Testament colpisce dritto al cuore proprio perché è tutto tranne che un documentario, trascura l'esteriorità e descrive con esasperante lentezza un decadimento progressivo che lascia poche speranze.

Come se non bastasse, dopo The Day After e War Games - Giochi di Guerra, il pubblico si attendeva un film nella migliore tradizione del genere catastrofico e fantascientifico. Trovarsi davanti una pellicola ripresa in interni spogli, in strade qualsiasi, priva di spettacolarità e di lieto fine, deprimente, cupa e disperata, anche se di essai, è una sorpresa che ha deluso gli spettatori, impreparati a un dramma umano privo di effetti speciali e vicende improbabili.

Senza il successo delle citate e più celebri pellicole, forse neppure sarebbe arrivato nelle sale; tanto meno doppiato in italiano. Proiettato in qualche sala di essai o in festival cinematografici, venne trasmesso in prima serata in televisione, e poi... scomparve.

Nonostante l'attrice Jane Alexander fosse stata candidata per l'Academy Award, e ci fosse stato sentore di Oscar, Testament è stato edito in DVD solo nel 2004, venduto a prezzo ribassato, e soltanto per il mercato americano. La regista è ricordata come documentarista, il film è stata la sua unica incursione sul grande schermo. Non esistono copie in lingua italiana, tranne forse qualche videocassetta registrata dalla televisione e dimenticata nei depositi di qualche scuola; né è reperibile negli archivi multimediali.

 

Considerato un (capo)lavoro scomodo e doloroso, è passato a suo tempo in sordina, per poi venire rimosso, come un episodio fastidioso della propria vita.

 

VOTO: su 5, per il coraggio di trattare il tema senza facili consolazioni

 

  

 

 

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